Perché sempre più scuole superiori inseriscono progetti extraeuropei nel piano triennale dell’offerta formativa

Un consiglio d’istituto che approva il PTOF per il triennio successivo si trova, sempre più spesso, a discutere una voce che dieci anni fa comparirebbe raramente: progetti extraeuropei, non semplici gemellaggi con scuole del Nord Europa o scambi linguistici classici. La geografia dei progetti scolastici si è allargata, e non per caso.

Cosa prevede realmente il PTOF su questo fronte

Il piano triennale dell’offerta formativa è il documento con cui ogni istituto definisce la propria proposta didattica, comprese le attività che escono dal perimetro delle lezioni curricolari. La normativa lascia ampio margine di autonomia alle singole scuole nella scelta di quali progetti inserire, purché coerenti con gli obiettivi formativi generali e sostenibili dal punto di vista organizzativo ed economico.

Negli ultimi anni, diversi istituti hanno iniziato a inserire nel PTOF percorsi che prevedono la collaborazione con enti attivi in paesi extraeuropei, spesso legati a temi di educazione alla cittadinanza globale, sostenibilità o cooperazione internazionale. Non si tratta di un obbligo imposto dall’alto, ma di una scelta che nasce quasi sempre dall’iniziativa di singoli docenti o gruppi di lavoro interni, che poi la propongono al collegio docenti e, se approvata, la fanno confluire nel documento triennale.

Le ragioni dietro questa scelta

Chi si occupa di progettazione didattica in ambito internazionale segnala alcune motivazioni ricorrenti dietro questa tendenza. La prima riguarda la richiesta, sempre più esplicita da parte delle famiglie, di percorsi che diano agli studenti strumenti concreti per orientarsi in un mondo del lavoro e in un contesto sociale sempre più internazionalizzati. Un progetto legato a un contesto extraeuropeo, rispetto a uno scambio tradizionale con un paese vicino, espone gli studenti a differenze culturali ed economiche molto più marcate, con un impatto formativo che diversi dirigenti scolastici considerano superiore.

La seconda ragione riguarda la disponibilità crescente di organizzazioni strutturate, capaci di gestire la parte logistica e documentale di questi progetti in modo compatibile con le esigenze amministrative della scuola. Fino a qualche anno fa, un istituto che avesse voluto attivare un progetto in un paese extraeuropeo avrebbe dovuto costruire da zero ogni contatto, ogni convenzione, ogni verifica sulle condizioni di sicurezza. Oggi esistono realtà che offrono già percorsi predefiniti, riducendo sensibilmente il carico di lavoro richiesto alla segreteria scolastica.

Il ruolo del volontariato internazionale nei percorsi proposti

Tra le attività che compaiono con maggiore frequenza in questi progetti c’è il volontariato internazionale, proposto spesso come esperienza integrativa nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Non tutte le scuole lo inseriscono allo stesso modo: alcuni istituti lo propongono come opzione facoltativa aperta a un numero limitato di studenti selezionati tramite colloquio, altri lo integrano in modo più strutturato all’interno del curricolo di specifici indirizzi, penso ai licei con una forte componente umanistica o agli istituti tecnici orientati alla cooperazione internazionale.

Gli insegnanti che seguono questi percorsi segnalano che il valore formativo percepito dagli studenti dipende in larga parte dalla qualità della preparazione precedente alla partenza. Un’esperienza vissuta senza un adeguato inquadramento teorico rischia di ridursi, agli occhi del ragazzo, a un episodio isolato, privo di connessioni con il resto del percorso scolastico. Per questo motivo diversi istituti hanno iniziato a inserire moduli preparatori specifici, spesso in collaborazione con l’ente che gestisce il progetto sul campo, dedicati a temi come le dinamiche della cooperazione allo sviluppo o le differenze culturali nei contesti di destinazione.

Le resistenze interne e i limiti organizzativi

Non tutti i collegi docenti accolgono con lo stesso entusiasmo questa apertura verso progetti extraeuropei. Alcuni insegnanti sollevano perplessità legate al tempo sottratto alla didattica curricolare, altri esprimono dubbi sulla reale ricaduta formativa rispetto all’impegno organizzativo richiesto. Non mancano poi le difficoltà pratiche: reperire fondi sufficienti a coprire, almeno in parte, i costi di partecipazione per le famiglie meno abbienti resta un ostacolo concreto in molti istituti, soprattutto in contesti territoriali dove il reddito medio delle famiglie è più basso.

Alcune scuole hanno provato a superare questo limite attraverso bandi di sostegno economico riservati agli studenti meritevoli, o attraverso accordi con enti locali disposti a cofinanziare parzialmente la partecipazione. Si tratta comunque di soluzioni parziali, che non risolvono del tutto il rischio che questo tipo di esperienza resti accessibile solo a una parte degli studenti, quelli le cui famiglie possono sostenerne i costi residui anche dopo eventuali contributi.

Uno strumento che cambia il modo di intendere la formazione

Al di là delle criticità organizzative, resta un dato che diversi dirigenti scolastici sottolineano con convinzione: l’inserimento di progetti extraeuropei nel PTOF sta gradualmente cambiando il modo in cui le scuole italiane intendono la propria funzione formativa, spostando parte dell’attenzione da una preparazione puramente disciplinare a una più ampia, capace di misurarsi con contesti globali. Resta da capire quanto questa tendenza riuscirà a diffondersi in modo uniforme sul territorio nazionale, oppure se continuerà a dipendere, come accade oggi, dalla sensibilità e dall’iniziativa di singoli istituti particolarmente attivi su questi temi.

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